COMUNE DI TOLFA

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Frazione di Santa Severa Nord

Il territorio

Santa Severa Nord è la sola frazione del Comune Tolfa. La sua popolazione è di oltre 600 abitanti. Il suo nome e la sua storia sono legati a Santa Severa, l’unica frazione del Comune di Santa Marinella, sono divise dalla Ferrovia Tirrenica. Sorge a 50 km a nord di Roma, a 15 km da Tolfa,  ad 1,5 km da Santa Severa, ad  1 km dal Mar Tirreno, a 26 metri sul livello del mare, è ubicata agli estremi confini meridionali del Comune di Tolfa ed alle propaggini sud-orientali dei Monti della Tolfa. La pianura costiera su cui è edificata fa parte dei territori più meridionali della Maremma Laziale, si estende ad ovest fino al Tirreno, consentendo una spettacolare vista panoramica sul mare. Immediatamente alle spalle della Frazione si stagliano dolci colline brulle che presto cedono il passo ad altre boscose, che divengono via via sempre più alte. Lungo Via delle Caravelle Pian Sultano è presente un lago artificiale dove si abbeverano mandrie di bovini di razza maremmana. Lo specchio acqueo di forma circolare è un punto di sosta per diverse specie di uccelli stanziali e di passo, in particolare anatidi come il germano reale, alcuni trampolieri tra cui gli aironi. 

Geologia ed attività estrattiva                                                 

In questa zona sono presenti i maggiori depositi di caolino dell'Italia continentale, particolarmente idonei allo sfruttamento industriale per l'eccellente qualità. Essi rappresentano aree di alterazione di rocce eterogenee, appartenenti a lave quaternarie dei complessi vulcanici dei Sabatini , Vicani e Vulsini. Nell'area insistono diverse cave minerarie ormai chiuse, tra cui una di caolino ed una di travertino. Da diversi decenni è presente uno stabilimento produttivo, tra le principali società che gestivano l'estrazione si ricorda La Società Nazionale Caolino , Ginori , Pozzi. Attualmente la gestione è in mano al Gruppo Minerali Industriali di Novara. Nel fabbrica con il caolino si producano ceramiche, in particolare piastrelle e piatti.

L'estrazione mineraria del caolino era un'attività che interessava uomini e donne. Il tutto avveniva con limitati mezzi meccanici (badili, picconi ed esplosivi). Il caolino veniva estratto dalla cava (Loc. "La Scaglia"), dal giacimento di Monte Sughereto (Loc. "Sasso"), nato come miniera e divenuta cava, trasportato con le teleferiche nell'impianto di trasformazione e raffinazione di Santa Severa Nord e da qui inviato alle industrie di porcellane e ceramiche. Tra le principali società che gestivano l'estrazione si ricorda La Società Nazionale Caolino, Pozzi Ginori. Attualmente la gestione è in mano al Gruppo Minerali Industriali di Novara. Nel fabbrica del caolino  si producono ceramiche da diversi decenni, in particolare piastrelle e piatti per aziende di rilevanza nazionale. 

Come ricorso della vocazione estrattiva della zona, va registrato che nel 1936 furono scoperte nei dintorni di S. Severa giacimenti di caolino. Nella Piana di Monte Ansino in località “Forconcino” furono individuati giacimenti di argille caoliniche per una superficie di circa 800 ettari. Inoltre in località “Scaglia”  venne scoperta della trachite caolinica nonché marmo bianco di ottima qualità.  Il caolino era ed è utilizzato nell’industria della ceramica, per la fabbricazione di porcellane, e terraglie e in quella della carta. Lo sfruttamento di questi due giacimenti iniziò nell’Ottobre 1936.  

Storia

Preistoria, Insediamento di Pian Sultano dell’età del bronzo

Il paese sorge in un’area strategica, la presenza dell'uomo nel territorio è attestata sin dall’età del bronzo (2000–1550 a.C.). Nel 1836 venne scoperto un insediamento preistorico nella boscaglia a poche centinaia di metri alle spalle di Santa Severa Nord, lungo Via delle Caravelle Pian Sultano. Furono rinvenuti monumenti megalitici, quali dolmen e menhir, manufatti ceramici quali vasellame, olle, doli, alcune ceramiche decorate con motivi geometrici puntinati riferibili alla cultura Appenninica, lame di selce marrone e lamelle di ossidiana, punte di freccia in selce grigia, reperti malacologici (molluschi).

Necropoli di Pian Sultano

A distanza di secoli, in epoca etrusca,  sullo stesso sito è sorta la Necropoli di Pian Sultano che apparteneva all’Ager Pyrgense, cioè il territorio dell'antica città di Pyrgi, l'odierna Santa Severa, il principale scalo di tutta l'Etruria dal VI sec., centro portuale dell’estensione di 10 ettari, sede del più importante santuario di tutta l'Etruria marittima. La necropoli è riferibile ad un insediamento da ricercare nelle vicinanze, forse in coincidenza di alcune ville romane dell’area di Pian Sultano. Si sviluppa sulla sponda orientale del fosso Eri con diversi nuclei di sepolture scavate e costruite in un banco di travertino. La concentrazione maggiore di tombe si ha in una fascia di terreno estesa 300 metri circa. Si rilevano tombe etrusche a tumulo con camera costruita ed a camera ipogea, tombe a fossa con sarcofago che vanno dal VII al V secolo a.C. Inoltre sono presenti anche le tombe a facciata rupestre di epoca arcaica o tardo arcaica, scavate interamente nel banco di travertino, seguendo schemi architettonici di chiara derivazione ceretana, adattati alla diversa conformazione geologica del territorio. Le tombe presentano dromos d’ingresso, una porta rettangolare, letti laterali ed in alcuni casi cuscini semicircolari scavati nella roccia o costruiti, banchina di fondo e soffitto liscio. I corredi di epoca arcaica sembrano caratterizzati dalla presenza di numerosi vasi d’importazione greca comprendenti ceramiche attiche, ioniche e corinzie giunte nell’insediamento e nella necropoli probabilmente tramite il porto di Pyrgi con cui l’abitato doveva essere collegato. I numerosi reperti di molluschi riferibili all’insediamento preistorico, quasi tutti molluschi bivalvi, documentano lo stretto collegamento dell’abitato con le vicine spiagge pyrgensi, senza dubbio relativo all’attività di pesca e scambio, come sembra suggerire indirettamente la presenza dell’ ossidiana tra i reperti litici ( pietre lavorate). Considerando i numerosi reperti preistorici, anche di grandi dimensioni, presenti nei nuclei di terra e pietrame di riporto costituenti i tumuli di diverse tombe di Pian Sultano e delle altre necropoli limitrofe, è molto difficile ammettere che gli etruschi non avessero perfetta cognizione di tale presenza e coscienza della loro antichità rispetto al proprio tempo. La collocazione della sepoltura specie nei tumuli gentilizi, a partire dalla fase orientalizzante, in luoghi abitati dalla preistoria, in alcuni casi sovrapponendo le strutture del tumulo esattamente sui resti di capanne dell’età del bronzo, potrebbero essere in realtà una scelta intenzionale, effettuata in relazione ad esigenze di ordine religioso, in qualche modo collegate forse al culto degli antenati ed all’ostentazione dell’antichità delle origini della singola gens (famiglia) o dell’antichità del villaggio.

Città perduta

Nella “Piana di San Lorenzo”, a nord di Santa Severa Nord, affiorano i resti di mura poligonali appartenenti ad un antico castrum , una rocca, probabilmente riconducibile alla perduta  città etrusca di Panapione, nominata nell'Itinerari matittimus Antonini (III sec. D.C.).                                                                                                                                                                     

Epoca romana, la massa liciniana e la figlina rustica

I Romani conquistarono territori etruschi dei Monti della Tolfa, sotto l'influenza di Caere e Tarquinia, per le sue risorse minerarie, nel 264 a.C. Pyrgi divenne colonia romana. Da allora si edificarono nella zona ville romane e sempre a Pian Sultano, nei pressi del Fontanile del Pietrone, era attiva un'imponente fattoria  sulla sponda occidentale del fosso Eri, di fronte alla Necropoli, alcune sue tombe furono riutilizzate anche in epoca romana per lo stesso scopo.  Nel 1962 fu rinvenuta una figlina rustica, cioè un centro di produzione di terracotte, ceramiche e laterizi, nei pressi della necropoli ed al confine con la Riserva di Pian Sultano. Successive ricognizione hanno portato alla portato alla scoperta nella boscaglia dei resti affioranti di almeno un grande forno con pareti in mattoni refrattari di forma rettangolare e con un lato breve tagliato obliquo. Nella discarica del forno, estesa circa 3000 m², sono stati recuperati anche scarti pertinenti ad anfore di tipo greco-italico, pesi da telaio, ceramica comune, tegole e cioppi. Di particolare interesse il rinvenimento di tre anse di anfore recanti tutte il medesimo bollo PVRG , riferibili alla locale produzione della colonia romana di Pyrgi. La figlina rustica è ubicata in corrispondenza del toponimo “Pian Calcari” ,a nord della Frazione, si estendeva fino al “Rio Fiume”, insieme al “tegolarium”, cioè il deposito di anfore, tegole e mattoni sono riconducibili alla fabbrica di laterizi della Massa Liciniana. La massa, insieme di fondi tra di essi confinanti sorta in epoca romana, era di proprietà dei Licini, famiglia romana di enormi ricchezze, come testimonia Giovenale, prese parte attivamente alla vita di Roma, poteva annoverare due imperatori: Licinio Valerio e suo figlio Pubblio Licino Gallieno. La fornace di laterizi è da collegare probabilmente alla cava di argilla rimasta in funzione fino a qualche decennio fa. Nel sito è rinvenibile ceramica d’epoca romana ed è  visibile uno sperone di un muro antico. La maggiore produttività della fabbrica, è riscontrabile tra il II ed il III sec. d.C. con l’incremento demografico ed urbanistico di Centumcellae (l’odierna Civitavecchia), di cui l’entroterra pyrgense allora era pertinente, e con la migliore qualità di vita all’interno dell’Impero. La rilevanza della massa Liciniana diminuì se non addirittura scomparire,,  con le invasioni barbariche e con il crollo dell’impero Romano d’Occidente nel 476 d.C. Dopo l’incoronazione di Teodorico a Re d’Italia (491 d.C.) e alla nascita della dominazione Ostrogota l’intera penisola ebbe una rinascita economica che fece seguito a decenni di invasioni, guerre, saccheggi e pestilenze. E’ in tali disordini che, su  ordine del Re Teodorico, l’allora Primo Ministro Cassiodoro, rivendicò l’intera “Massa Liciniana” che evidentemente era considerata di dominio statale. Emise un editto col quale l’espropriava a privati occupanti e la riattivava per la produzione di 25.000 tegole e mattoni all’anno occorrenti per le riparazioni delle mura di Roma.

Medioevo, il feudo di Carcari, il Castellaccio, le due chiese di San Lorenzo

Tra il VII ed VIII secolo la Chiesa dalla sola gestione dei si trasformò in un organismo politico-amministrativo acquisendo tutti i beni statali nel territorio del suo Stato.  In un documento dell'854, Papa Leone IV donò al monastero di S.Martino, in cui aveva studiato, le proprietà del monastero di S.Sebastiano nel territorio della diocesi di Centumcellae, tra essi la chiesa di S.Lorenzo, l'oratorio di S.Lorenzo, ubicati nella Piane di San Lorenzo a nord della Frazione, la “Messa Liciniana”, divennero una proprietà pontificia e come tali furono infeudati a privati. Questo è l'ultimo documento che menziona la Massa Liciniana, probabilmente a causa delle incursioni saracene che spopolarono la costa laziale a Nord di Roma. In località “Pian Calcari”, nei pressi de “La Scaglia”, sorse il feudo di Carcari,  sulle prime propaggini collinari del massiccio tolfetano, alle spalle del castello di Santa Severa, nel luogo indicato nella cartografia moderna  come Cava di Caolino, in prossimità di un varco che il Fosso Eri si apre ai piedi di un affioramento trachitico parzialmente distrutto dall'attività estrattiva (le cave di caolino furono aperte nel 1936). L'affioramento roccioso incombe con una certa asprezza sulla strada, e, non a caso, sulla sporgenza risparmiata dall'azione di cava sorgono alcuni resti di murature probabilmente riferibili ad un fortilizio. Ai suoi piedi, poco dopo la biforcazione del tracciato viario, si vedono ancor oggi tra la vegetazione ruderi di un edificio tra cui resti di un muro di andamento lievemente curvilineo e un lacerto di volta con decorazione a colori, i cui motivi non sono assolutamente riconoscibili. Si costata un progressivo deterioramento delle evidenze archeologiche, dovuto alla mancata salvaguardia dell'area. Si segnalano alcuni resti murari ai piedi del rilievo roccioso, la presenza di soglie, stipiti in calcare e, soprattutto, di tessere quadrate e triangolari di porfido rosso, lastrine informe e marmi diversi attribuite  dallo studioso Colonna nel 1963  ad un pavimento di tipo cosmatesco e infine un vasto ossario che era stato parzialmente messo in luce dalla scarpata della strada. Lo studioso Maffei nel 1986 accenna alla presenza di marmi e pietre decorate in un giardino del casale che sorge presso i ruderi. Lo stesso afferma di aver raccolto testimonianze orali riguardanti l'esistenza di una torre circolare precedentemente l'apertura della cava, e infine la presenza di cisterne a fiasco sezionate dall'attività d'estrazione. Le mura riferibili alla struttura fortificata sono poste all'angolo NO dello sperone roccioso che si affaccia sulla mulattiera per Bagnarello. La costruzione, in gran parte crollata e nascosta dalla vegetazione, descrive in questo punto un angolo retto e doveva cingere completamente lo sperone roccioso.Tra le poche strutture in muratura conservate si notano almeno due diverse tipologie: le murature a valle sono edificate in maniera più accurata, in opera a sacco con conglomerato di malta ricca di sabbia e frammenti di pietra,tufo e laterizi; i paramenti sono costituiti da piccoli conci dipietraforte, con inserzione di laterizi di reimpiego e tufo,posti in opera su filari orizzontali abbastanza regolari. La struttura sul rilievo è anch'essa edificata in opera a sacco, il cui conglomerato è costituito da malta ricca d'inclusi calcarei mista a frammenti di pietra, con cortina realizzata con conci irregolari di pietraforte di diverse dimensioni posti in opera in maniera irregolare; almeno nella parte conservata non vi sono tracce di materiali di reimpiego. Il primo tipo di muratura, sia pur con numerose varianti, è ampiamente attestato nella zona, ad esempio: a Santa Severa, nei lacerti di mura posti lungo il circuito del castrum romano e a castrum Saxi. La seconda tipologia appare maggiormente legata a costruzioni di tipo difensivo ed è attestata, tra gli altri, nella cinta di Castel Secco (Santa Marinella e del Castellaccio (Santa Severa Nord). Ai piedi del rilievo sono presenti dei ruderi per cui è ipotizzabile, soprattutto grazie alle indicazioni del Colonna, l'identificazione con l'edificio di culto citato in un documento del 1066 da cui si evince che anche questa chiesa, appartenente alla Diocesi di Centumcellae, era dedicata a San Lorenzo e che il Castrum di Carcari fu donato , con tutte le sue pertinenze, dal Conte Ranieri e dalla moglie Stefania all’abbazia di Farfa a redenzione delle proprie anime.  Il feudo di Carcari era costituito da una Rocca (forse le strutture ancor oggi con servate poste sul superstite sperone roccioso) con un borgo in cui vivevano più di cento persone, stabilito in base ai consumi di sale,(probabilmente abitazione addossate alla rocca), casali tuttora riconoscibili in parte (strutture abitativo - produttive sparse nel territorio). Ebbe grande rilievo nello Stato Pontificio, menzionato in diversi documenti storici confinava col territorio di 4 castelli: a Sud con S. Severa, ad Est il Sasso, a Nord-Ovest Tolfa Nuova e a Nord-Est monte Castagno. Il nome di Carcari è riconducibile allo sfruttamento di materiale calcareo nel luogo in cui predomina la calcite, minerale usato nelle antiche “carcare”, le fornaci dove si cuoceva la pietra per la produzione di calce.  Nei secoli è stato un possediento di numerosi “signori” o entità politiche. Da quanto si apprende, è possibile dedurre che il territorio di Carcari appartenesse ad una giurisdizione pubblica in quanto vantavano diritti contemporaneamente il Campidoglio, la Prefettura romana e lo stesso Stato Ecclesiastico. Il Senato romano prese le Rocche di Carcari e di Trevignano con la forza delle armi. Il Campidoglio, a garanzia dei suoi diritti ed in accordo col Vicario Papale Filippo, commise l’esame della questione a Giacomo, Vescovo di Spoleto, che però morì senza deciderla. Papa Urbano V (1362-1370), dietro istanza dei Di Vico, chiese al Vescovo di Arezzo di riassumerla in giudizio, ma anche il Vescovo di Arezzo non dovette pronunciarsi in merito se al 30 Ottobre 1377 Francesco di Vico risultava ancora in possesso della rocca. Gregorio XI (1370-1378), eletto arbitro a dirimere ogni controversia tra i Di Vico (Giovanni Sciarra, Lodovico e Francesco) ed il Comune di Roma, nel 1377 sentenziò definitivamente che le Rocche di Carcari, del Sasso e di Trevignano dovessero essere restituite al Comune di Roma.  Carcari ha seguito, per gran parte, le vicende della vicina S. Severa. Dagli studi  storici al territorio è riferito  un altro toponimo, “Il Castellaccio”, una struttura difensiva riconducibile ad un sito medievale nell’area di Santa Severa Nord. Ubicato nel Comune di Tolfa, lungo la strada che dalla Frazione conduce alla Località Pian della Carlotta ed al Sasso nel Comune di Cerveteri, a settentrione di Pian Carcari. Il Castellaccio presenta una cinta muraria di 1,5 m di spessore, lunga oltre 200 metri e larga 50 metri circa. Risulta esser costruito con pietra locale e cementato con calce magra e molto scadente, alcuni blocchetti di tufo sono decisamente estranei alla natura del luogo, è stata rinvenuta una scoria di fusione di ferro, in prossimità della fortezza presso non risulta la presenza di ceramica antica. Dal ritrovamento di numerose reperti di epoca medievale, tra cui diverse spade, sembra che presso il Castellaccio si sia combattuta una grande battaglia ma il sito è attualmente in fase di studio. 

Età moderna

Il feudo di Santa Severa ed il Pio Istituto Santo Spirito 

Dopo la caduta del feudo di Carcari, il territorio di Santa Severa Nord divenne un possedimento del feudo di Santa Severa che aveva nel Castello di Santa Severa il suo centro politico, religioso e sociale. Il Castello di Santa Severa dal 1482 al 1980 fece parte del vasto patrimonio agricolo del Pio Istituto Santo Spirito, formato da terreni, cave estrattive, palazzi, edifici, un tempo in prevalenza rurali, in diverse località nel Lazio che costituiva una delle principali entrate, tramite canoni, da cui il Pio Istituto Santo Spirito attingeva risorse per finanziare la propria Opera di beneficenza e per il mantenimento e restauro dell'Arcispedale di Santo Spirito in Saxia.

Età contemporanea

II Battaglione del 10º Reggimento Arditi dell’Esercito Italiano

Il perimetro originale del Paese ricalca l’insediamento del II Battaglione del 10º Reggimento Arditi dell’Esercito Italiano, che qui fu costituito il 20 agosto 1942. Erano i migliori soldati d’Italia durante la II Guerra Mondiale. Questa è la ragione per cui Santa Severa Nord è conosciuta come “Secondo Battaglione”. Il II Battaglione era di stanza a Santa Severa, dove attualmente è situato il Centro Esperienze Artiglieria Esercito. Ogni battaglione era costituito da tre compagnie, ognuna specializzata su una modalità di infiltrazione in territorio nemico: la ''Compagnia arditi paracadutisti'', ''Compagnia arditi nuotatori'', poi ''da sbarco'', e ''Compagnia camionettisti'', poi ''terrestre''. La bandiera di Guerra del 10º Reggimento Arditi è custodita dal IX Reggimento Col Moschin della Brigata Folgore dell’Esercito Italiano, i “corpi speciali” migliori, punto di riferimento per tutti i soldati italiani. Gli Arditi del X Reggimento combatterono a fianco degli “Arditi distruttori della Regia Aeronautica” (ADRA), reparto operanti nella II guerra mondiale, soprattutto in Africa settentrionale, entrambi i reparti avevano per simbolo il pugnale d'assalto. Gli eredi degli ADRA sono il 17º Stormo incursori, da cui hanno ereditato anche il "basco color sabbia", lo stormo è di stanza presso l'Aeroporto di Furbara . Le costruzioni dei militari sorgevano dove ora sono edificate le case più vecchie della Frazione, la piazza d’armi era ubicata in corrispondenza dell’attuale  Piazza della Repubblica. Terminata la Guerra l’Esercito Italiano sciolse il X Reggimento Arditi. Del periodo bellico rimangono alcune “casermette” ad un piano, furono trasformate in abitazioni e costituirono il primo nucleo attorno al quale si sviluppò Santa Severa Nord.

Autore: Antonello Astolfi


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